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Il titolo della raccolta può essere inteso anche in senso organico, il famoso fenomeno del reflusso, qualcosa che irresistibilmente dal profondo di noi stessi arriva alla gola, in questo caso parole che hanno bisogno di essere dette. Ma se volessimo giocare arbitrariamente con il latino, ecco allora il flusso (fluxus) delle cose (res) [...] lo sguardo si ferma sui «Fiori neri piantati nel fango», prostitute di colore, o sui migranti («I porti delle città senza porto / i porti aperti / i porti chiusi / i porti di mare / i porti delle nebbie / i porti dov'è facile salpare / i porti è difficile tornare») o sul lavoro che non c'è («un filo d'erba non sarebbe nato / sulle terre tormentate / dei disoccupati / degli uomini di donne abbandonate / lungo gli argini scoppiati / di fiumi in pena per ogni futuro / assassinato poi riesumato»): dove il fiume non è in piena come ci si aspetterebbe, ma in pena. Esempi di una poesia civile che si apre in squarci lirici che poi si squarciano a loro volta nel lavoro sul linguaggio.

                                                  Dalla postfazione di Enzo Rega                                         

 

 

 

Clemente Napolitano ci porta con questo libro nel flusso della vita quotidiana, nel suo farsi e disfarsi nello spazio di un libero agire proprio di un'anima che ha compreso il destino cui è assegnata.
Un destino che coinvolge il linguaggio e la coscienza, in un rinnovamento lungo e incerto, in un rituale che ha bisogno di essere continuamente ripetuto.
Qualcosa è già successo. Ma c'è ancora posto per l'emozione di un rapporto che svela tentazioni non dette, segrete, incalcolabili.
Il messaggio è questo: si cerchi di rinascere continuamente, ci si impegni incessantemente in imprese nuove, risorgendo come ogni volta fa il sole al mattino.

                     Flavio Ermini, Nota, "Carte nel vento", 2019, n° 44.                                           
La condizione umana è rappresentata come un labirinto da attraversare, come dimostra la corrispondenza tra res et verba. Le parole/segno disseminate nel percorso testuale sembrano rinviare ad una rete inestricabile che non lascia spazio a illusioni di fuoriuscita. Ma nemmeno invitano alla resa, piuttosto restituiscono il senso di una dignità umana riaffermata attraverso una resistenza attiva al non vivere per avere la forza e il coraggio di ricominciare.                                                                                                                                                                                  P.G. Santella         

«E della vita godo / la vita stessa / irrefrenabile flusso privato / di separati pezzi» (p. 120), dice l'ultimo dei pezzi del Fluxus di Clemente Napolitano. E dà in conclusione una chiave di lettura del flusso di versi che abbiamo appena percorso. Una poesia complessa e raffinata, qual è questa, nasce a ridosso della vita, che vi respira con il ritmo altalenante della memoria («soffi di vita passata», si legge poco prima a pag. 116). Vita privata, sì, ma con una finestra sul mondo che ci circonda e sovrasta (il Sud, e altro). Un flusso, come ci suggerisce graficamente la successione di versi di egual misura che occupano spesso tutta la pagina; spesso, ma non sempre. Il flusso è di «separati pezzi». [...] In questo flusso sentiamo diverse modulazioni della voce che si stende sulla pagina con spartiti diversi. [...] È come se la poesia tornasse all'oralità da cui è nata, prima che fosse fissata in scrittura. 
                                                                                                                                    Enzo Rega, Fluxus, “Levania”, 2016, n° 5.