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Uno spazio delimitato da tapparelle di paglia. Un uomo, immobile, ha lo sguardo fisso su un’immensa cartella di tombola che copre il pavimento; i riquadri sono vuoti. Indossa una tuta da lavoro.




Sono stanco. Non dirmelo. Ti prego. Profonde fino agli zigomi. Nere. Si è fatto tardi. Ha lasciato il segno. Inghiottiti nell'oblio. Una ventosa. Tira, tira, tira, tira... abbiamo cercato la scossa: "Diamoci una mossa, una mossa". 

È rimasta soddisfatta dal nostro sussurro. Ha ascoltato senza voltarsi, ma ci ha visto e noi abbiamo visto lei. La penombra si dissolve, sarà nascosta dentro, da qualche parte, ha scavato due caverne, qui sotto gli occhi… caldi campanelli, per chiamarla. (Si abbassa, porta le mani al suolo) Hai capito? (Si rialza, estrae uno spruzzatore da una tasca, indietreggia bagnando la cartella) Verme! Te ne stai fermo? Vuoi provocare? Sono andati via. Cambia direzione, farò finta di niente. Sei fuori tempo. Il buffet ritarda. (Arrivato in fondo rimette lo spruzzatore in tasca e tira fuori un cencio) Curioso. (Scrolla il cencio, si inginocchia, avanza cospargendo l'acqua in modo uniforme) Il trenino a botte ha i cerchi serrati in una tavola vuota. Non importa. Ti basti. Quante fermate! Non puoi incontrare nessuno. Nessuno ha mai detto un verme mi ha dato un passaggio. Un verme sta al suo posto, ti accompagna senza incontrarti. (Giunto in prossimità del verme lo guarda e indietreggia strofinando velocemente la cartella) Gli altri si muovono per lui. (Arrivato in fondo strizza il cencio) La botte piena abbocca nella speranza di andare lontano... sbiadita, (estrae una molletta da una tasca) lontano... stonata, (appende il cencio al taschino) lontano. 

Contento, quanti vorrebbero nascere – è una perversione inconfessabile – disprezzando il necessario per approfittarne in segreto. Furbone, rimpinzati! (Gli fa cenno di andare via) Peccato, si vergognano. Peccato perché ti addossano tutte le colpe possibili. Accumulano occasioni uno contro l'altro. Poi si accusano di essere un verme. (Scorge qualcosa per terra, con un balzo lo schiaccia) Niente male. Certo, si insultano. Tutto normale. Bisognerebbe capire il senso dell'insulto, una cosa ovvia diventa strana. Strana per chi l'ascolta. (Sente un cattivo odore. Alza un piede, osserva la suola della scarpa, la strofina sui pantaloni; slaccia la scarpa e infilandola in una mano ripete l'operazione con l'altro piede) Dovrebbero considerarla normale. Tu ci riesci. (Lega le scarpe per i lacci, le appende al collo) Non si sentirebbero né offesi, né insultati. (Estrae un pennello da una tasca. Tornando indietro spolvera la cartella) È norma del buon vivere saper approfittare. Il buon vivere bisogna tenerlo riservato. Gratta, gratta, impari a vivere. Fosse facile... (rimette il pennello in tasca) perderebbe peso l'esser diventato solo un istante un verme. Le mani si consumano, le braccia, le gambe. Sei segnato, devi tenerlo in mente. (Infilandosi le scarpe) È essenziale, strategico, definitivo, risolutore, travolgente, in una parola: un piacere. (Dalla tasca interna tira fuori un rotolo di nastro adesivo colorato) A ognuno il suo. Stretto, stretto. (Incollando pezzi di nastro, per camminarci sopra, si riavvicina al verme) La fede del magrino. Il contegno dell'infingardo. Sciocchezze? Ci credo, sei un verme! Guardavo il mio vicino, credevo fosse geloso. Una riflessione superflua? Inutile meravigliarsi. Chi ci nasce e chi ci diventa. L'aggancio corre a ruota (incolla un pezzo di nastro in prossimità del verme, si ferma) un minimo di coscienza è ben messa. Sollecito! Hai già sentito l'odore. Il frutto prelibato. Siamo in anticipo. L'intuito c'è. Ti darai una regolata. (Alzando le mani al cielo) Avanguardia.
Potesse salire al cielo il rutto sazio della gente affamata! Il cielo si commuoverebbe, la pioggia irrigherebbe i campi... ti salveresti dal nubifragio. Ciach, ciach, tranquillo, tranquillo. Presentati fulmine, allarme! Prima del tuono... il lampo. Manca sempre qualcosa. A te no, sei soddisfatto. Una bella saetta! Di notte fa invidia alle stelle, di giorno non capisci dove finisce il giorno.

Quella volta... Glielo avevo detto: "Lena attenta"! 
Aveva la testa che le bolliva. Colpa dell'afa. "Non scherzare con il fuoco". 

"Le tricchi tracche sono un vortice". 

"È pericoloso".
"Chi è senza curaggio nu' se cocca cu’ ‘e femmene belle". 

L'avevo sempre amata Lena. Portavo i pantaloni corti. Mi lavavano all'aperto nel catino azzurro. Mi vergognavo... "Cosa penserà di me"? Cosa poteva pensare: "È sporco, si lava". 

Quando amiamo vorremmo essere sempre puliti. Avrei voluto restarci nel catino azzurro, navigare... bellissimo... navigare. Non si poteva, dicevano che ero nudo. Noia, noia, noia. Rivestito, sporcato di nuovo, svestito, a bagno. Rivestito, sporcato di nuovo, svestito, a bagno. Rivestito, sporcato di nuovo, svestito, a bagno... diventai grande e Lena iniziò a muoversi in moto rettilineo–uniforme.
Venne il tempo di inseminare. Imparai standole alle costole. Niente le andava storto. Il terreno che calpestava faceva invidia: ghiaccio tagliato con rapidità discreta da lame di pattini; linee drittissime; diretti accelerati; attività: posare i semi nei buchi. Lavoro di vanga. Addosso una voglia... A Lena piacevano le mele. Diceva: "Niente al mondo vale una mela bucata, se trovi il verme fai pappa e ciccia". Doppio senso ci marcia, accendere i motori. Vale per tutto. 


Quella volta... sarà stata l'afa. Boccheggiava anche il sudore che imperlava la fronte, i raggi del sole attraversavano i rami degli alberi, disegnando l'ombra spezzata delle foglie sul giallo acceso del pagliaio. A toccarle un profumo si scioglieva incantando il passo nervoso delle lucertole nell'immobilità. 

Dalle linee di pomodori. Lena odiava i pomodori. "Acqua acida". Chissà... immaginare, era allegra, saltellava cantando:
"Pizza pizzichella 

mò vene Luisella 

ce porta 'e cose belle 

'o chic' 'o coc' 

'o pane ca ricotta 

'a ricotta è salata 

e 'o cappelluccio è ricamato".
Gli insetti applaudivano, sentivano già il gorgoglio delle merende... se le avessimo aperte sul fresco del pozzo! Improvvisamente Lena si fermò, due passi, girò la testa a tre quarti; un passo, riportò la testa al centro, allungò il braccio. Tipico, voleva incalzare qualcosa, e scappò via spedita. Potevo supporre... lei preferiva così... quella volta non riuscii a trovarla. Ricomparve sulla porta del pagliaio.
“Siediti”, le dissi.
Continuava a mostrarmi le tracche. Avevo apparecchiato, aspettavo a gambe incrociate. Ecco, a gambe incrociate, avrà portato scalogna. Girava gli occhi intorno, maneggiando incautamente il regalino del suo compleanno, perché disse che in vent'anni, diecimila chilometri nei piedi, sette milioni di semi piantati, quattro raccolti persi, quindici o sedici cadute e riprese, nessuno si era ricordato del suo compleanno.

"Sensazioni, è goffo parlarne. Beviamoci su, siediti".
"Sicuro, ma questa volta si fa un po' di rumore".

E accese le micce. Hai idea di una miccia accesa? Una luminaria con le lampadine in serie fulminate una dietro l'altra. Il cervello le seguiva perdendo colpo dopo colpo. Man mano si scaricavano, gli istanti si allungavano... senza fine ritornava la solita, monotona, domanda: "Perché"?
Mi lanciò le prime due accanto ai piedi, la scia incandescente segò l'aria che ci divideva: forse mi scansai, forse il movimento del punto fisso, su cui avevo posato lo sforzo di ogni fibra, mi risvegliò. Corsi fuori tirandomela dietro. Ancora un istante, sibilo... iniziò l'improvvisazione: ta–ta–ta–ta ta–ta ta ta ta–bum. Non aveva fatto in tempo ad accendere le altre. Scoppiarono nel rogo della paglia... un quarantotto. Lo zainetto della merenda era pieno di petardi. Auguri, Lena, un compleanno di fuoco. Le fiamme davano spettacolo. Tu non avresti avuto scampo, saresti finito arrosto. Un piccolo lampo preparò il grande tuono, il tuono un lampo immenso. In breve fu tutto cenere.

Resurrezione impolverata. Magari più in là. Il circondario ridotto a un colabrodo non dava sollievo. Un brutto finale. Ci lasciammo. Aveva preso il vizio del compleanno pirotecnico, sconveniente per una ragione fondamentale: se costruisci autostrade per i vermi, ha senso bruciarle? Vogliono trafficarci? Impugna il fischietto e scatta un paio di flash. 

"Avanti, indietro, lasci passare, manovra azzardata. Lei è in contravvenzione, divieto di sosta". 

Capito? Sei in divieto di sosta. Intralci l'attesa dell'alba divina. Prendo la bacchetta. Ti spalmo! Via di qua. Vietato uscire sul seminato.

Brutta storia infiltrarti nelle generazioni in generazione di generazioni. Ci vuole il segno particolare: la schiena curva sul fondo messo a nuovo, le ossa stralunate. Sai succhiare il nettare dei sospiri? Far fiorire una plumbea valle di lacrime? Le primizie costano caro nei giardini colorati puntati dritto all'anima. La tavolozza parte da sotto terra. L'avanzata è incerta. Le tonalità si scordano. Aiuto! Intervengono le schiere infaticabili, piantano l'ispirazione e dagli accampamenti del conforto aguzzano la rinascita di ogni loro tonfo, del più piatto immobile definitivo. 

Mantieni la distanza, il buon gusto assicura il futuro. Ti piace? Squisito al punto da mandare in tensione. I sensi fritti sospendono il piacere. L'attrazione cola via nei rigagnoli sbiaditi. A paragone un chicco d'uva marcia avrebbe un aspetto migliore. Certi lavori danno buoni frutti. Un po' di uno, un po' di tutto; tutti per uno, uno per tutti. Abbiamo stoffa per alterarci. Noi non seminiamo unicamente: ci seminiamo. A debita distanza prendiamo aria, aria. I miei simili li troverai in cammino nella loro aria. Avranno incontrato uno come te? Sei privilegiato... di solito appestano l'aria. Povero caro vermicello, c'è poco da stare allegri nei posti al mondo dove non si va mai in vacanza. Le vacanze sono impossibili. La gente ha strane convinzioni... irruenta. Vuol far piazza pulita degli intrusi, lavare le offese al pane quotidiano. Levatacce incrociano gelate, calando in pizzicate beccate zappando. Scottata si coltiva la facoltà dell'avvenire. Pompa pompa pompa, contribuisce alla selezione naturale. La gente si difende.
"Meglio la gallina oggi che l'uovo domani". 

No, meglio il verme oggi che un dolore domani. Veleno chiama veleno, spontaneamente, appesta. Un veleno criptico e bestiale... patti inaffidabili. 

"A fin di bene".
"È bene un bene avvelenato"?

"Ma che fa”?! 

Fa, fa. Sale al cervello, prende il posto del verme. Colonizzatore. Scaccia il verme, ributtante, tenuto a debita distanza, e generosamente riempie le zucche con la progressiva necessità esistenziale della sua presenza. Brevemente: ce ne vuole sempre di più. S'inaridisce il paesaggio. 

"Ma che fa”?! 

I verdi pascoli, in una vertiginosa caduta d'immaginazione, diventano cave d'immondizia. Utile costruire sull'immondizia, coltivare sull'immondizia, vivere e morire nell'immondizia. Felici, non si sa quanto, di aver raggiunto lo zero spaccato. Restano i due fori sulla circonferenza. Hai presente? Strizziamo l'occhiolino alla prossima sistemazione. Il massimo. Beatifichiamo la nostra condizione di esseri immondi.
"Immondizia siamo e immondizia diventeremo". 


La mia amata, santa lingua, avrebbe aggiustato con la sfumatura: "Simmo ’na munnezza ancora primm’e nascere".
Uno stile superbo. Troppo. Prendetevi una vacanza. È meglio il verme, apprezzatelo. Un consiglio spassionato. Foste davvero come lui, a viso aperto, decisi. Durereste... Quanto onore!
Sono di guardia e lui immobile. (Apre la tapparella in fondo a destra. Su un tavolo di modeste dimensioni: un vaso di terracotta poggiato su un centrino bianco, vi è piantata una rosa; un libro; una boccetta di liquido trasparente. Una lampada scende dal soffitto. Di traverso, un lenzuolo bianco steso su un filo trasparente tra mollette colorate) Supponi... (cade ai piedi del tavolo) vuoi sfiancarmi? Con le tue idee chiare! Pensi a un'alleanza momentanea, un accordo sulla fiducia, preparando la resa dei conti.
"Lo prendo a braccetto, uno più uno dà due. Lo faccio girare un po', lo distraggo, quando è cotto lo lavoro a puntino”. 

Stiamo insieme poi si vedrà. Che vuol dire? Ora non ci vedi? Sei rovinato. Vai fuori autostrada. Pigli ‘nu butto e te sfracelli. L'elezione provvisoria a primo confidente, avanzando dal tuo basso grado, non ti autorizza a pensare di avermi impacchettato per portarmi a spasso. Siete un guaio. I vermi... ispirate violenza. Insinuanti. La nostra dimora allettante, un albergo di gran classe. Vi infilate nella porta chiusa. Date il tempo di aprire, bussate almeno. E che verme! Prendi esempio. Tutto inutile il garbo profuso nel chiederti gentilmente di lasciare libero il passaggio. Io dovrei attrarre le tue voglie, tu non potresti partecipare a un rapporto di cortesia? Troppe tentazioni. Ti viene la vertigine. È colpa mia, perché le creo? Inebriamoci. Lungo quest'autostrada crescerà un prato inglese, risalirà la curva, prenderà il raccordo, sfocerà in graziose aiuole sulle stradine secondarie ornate come sale da matrimonio, chiese nei giorni di prima comunione, o garage ricorrenti per onomastici e compleanni; piazze repubblicane addobbate per l'elezione del sindaco, di deputati al parlamento; stadi nel giorno del primo scudetto... solo non ci sarà lo striscione "Arrivo", né il nastro "Vittoria". Non si arriverà a nessuna vittoria. Ci sarà una continua, infinita, partenza. Il vento condurrà lo stormir di fronde verso l'asse medianico, accelerando il moto ondulare del manto stradale allo stadio pre–cotonico, nondimeno prossimo svolazzante lenzuolo. Vai col candore! Vi sfrecceranno cherubini a cavallo di monopattini vibranti a tutto gas per aprire le porte della tangenziale intasata da bambini molestati. I cherubini li accompagneranno nel verde prato inglese, dove i piccoli imbracceranno racchette cresciute come funghi, rilanciando grandine estiva in cambio di prosperosa manna. L'alba divina. Cadrà una mannellata ai frutti vari, un temporale gelato rinfrescherà le idee sugli chef dell'universo. Ogni alba tende a quell'alba, ogni giorno a quel giorno. Sarà la fine del mondo. (Si alza) Di preciso non so quando accadrà. È importante? Dicessi tot... adesso, potrebbe sembrare un’eternità; domani, un affare da poco. Pio pio pio pio pio pio pio pio. Fosse già tra noi? Saremmo fuori di noi. Io un altro, tu non più verme. Campanelli di nuvole stesi ad asciugare. Scintille ricamate su un portalampada. Due dadi in un libro di scuola. Uno spruzzo di brillantina su una testa pelata. Il ragno nel buco. Un vaso addobbato per la rosa purpurea. Le pinze di un granchio volante che nessuno riesce a prendere. Mescolare e cuocere a fuoco lento. Un piatto prelibato. La roba passata per il fuoco... diventa subliminale. Potremmo attraversare le pance a palloncino dei mingherlini arsi dal sole; solleticargli l'appetito, almeno sperare in un sorriso, un urlo. Hanno fame da tanto tempo, supporranno di aver perso anche il diritto di urlare: “Ho fame”! (Si stropiccia gli occhi) Senza consumarsi le rotelle. Smarriti i riferimenti, il tuo sembra l'unico mondo possibile. La rassegnazione ti spegne. Finché non arriva qualcuno a grattarti lo stomaco. Capito verme? Ci penseremo io e te, comportati bene. Il verme subliminale è altra razza dal verme solitario: si muove in compagnia, non è indotto in tentazione. Caro mio, fai il bravo. Sei l'ultimo amico che mi resta. (Pausa) Li senti? Dopo la paura inseguono l'avvenimento notevole. La grande scoperta è il ticchettio intaccato dei tacchi intruppati nella ritirata. Tutto sembra perduto. La disfatta dietro l'angolo. L'incertezza sospesa. Il nemico, il nemico. Non c'è il nemico. L'andamento disastroso progredisce spontaneo. Probabilmente il nemico è scappato, impaurito. No! Tenta una mossa alle spalle. Avanti! Cioè, indietro! Sbattendo i tacchi trionfanti. Bisogna ricambiare lo spavento, meglio, manifestare un'audace tattica di interdizione psicologica impostata a scoraggiare ogni tentativo di accerchiamento... è la stessa cosa. Ma perché? Non c'è il nemico. Allora, cerchiamo fortuna! 

Così la mischia appassionata – la rissa, il combattimento – è stata sostituita dal rito propiziatorio, una specie di danza della pioggia qua e là rafforzata con luci stroboscopiche. Si sono piazzati. (Si stropiccia gli occhi) Impara amico mio: gli uomini non amano la verità... i vermi l'adorano. Un fardello pesante da sopportare. Confidare in un'inventiva improvvisa. Le sponde sono dure e devi rimbalzare. Orientamento, il valore dà scampo. Sfuggire al martellamento, salvando l'anima dallo stillicidio. Ne sei capace? Sicuro. Basta un pizzico sulla pancia prima e poi, nelle soste d'emergenza slacciare l'ombelico per sentirsi risollevati. Fermi, attorcigliati a se stessi... (Pausa. Si toglie le scarpe. Le appoggia sul primo pezzo di nastro. Le accosta. Si avvicina al verme) C’è qualche problema? Ho perso il conto. Non accettare regali. Ti avevo pregato. È antipatico accettare regali dagli sconosciuti. Accidenti alle convergenze parallele. L'autorizzazione... nella tasca. (Estrae un foglio dalla tasca) Leggi, leggi. Faccio io.
"Dato il logorio appena sufficiente delle linee indo-minate”... In–do–mi–na–te? Sarà in Domine nate. "Delle linee indeterminate, rilasciamo competenza a sfuggire privazioni onde rilevare felicità". (Lascia cadere l’autorizzazione) 
Gli uomini non amano la verità. Ha lasciato le occhiaie. I campanelli. Se non la chiami passa a trovarti. Quando meno te lo aspetti, qualcuno, nell'aria tersa, va meditando sui suoi anni più belli. (Si dirige lentamente verso la tapparella in fondo a sinistra. La tapparella si alza. Un asciugamano e un paio di guanti bianchi pendono dall'appoggio laterale di uno sgabello. A terra una bacinella. Sul sedile un contenitore di numeri per tombola. Lo prende, lo agita in continuazione tornando sulla cartella. Estrae un numero. Lo depone in un riquadro) Quarantotto, terno all'otto. (Posa il contenitore dei numeri. Tira fuori una lettera da un'altra tasca. La odora. La apre. La odora di nuovo, legge) Impressione di un ricordo. Sottobanco non riesco a guardare, non riesco a sentire, non riconosco la mia posizione. Resto in ascolto. (Si china. Raccoglie il verme sulla lettera) Tombola. (Alza un lembo della cartella) Prendi freddo. (Sotterra il verme. Solleva la lettera, la lascia cadere. Prende il contenitore dei numeri. Lo agita: non dà alcun rumore. Continua ad agitarlo, tornando allo sgabello)
In strada il cuore in gola
un movimento informe 

scala l'illusione
grido tenace 

lontano lontano 

scavi 

in un tappeto di bandiere
il vento 

non si può fermare
suoni impercettibili
nell'aria colma 

s'induriscono i giorni
che riempimmo insieme
quando improvviso sfugge 

venir meno
risalire

rompiamo le righe.
(Posa a terra il contenitore di numeri. Prende la bacinella, l'appoggia sullo sgabello. Lavandosi le mani canta)

Nonna nonna 

nonna nunnarella
e 'o lupo è brutto
e 'a pucurella è bella 

Nonna nonna
nonna nunnarella 

e 'o lupo è brutto
e 'a pucurella è bella
Nonna nonna
vene mammone 

vene 'o viecchierello
'mbriacone


'O 'mbriacone 
ca 'mbriaca 'a gente 


'mbriaca a chistu
ninno ca è 'nucento
'O ninno mio 

é nato 'mparato
nun s'addorma 


si nun è cantato 

Suonno suonno 

trichi e nu' vieni
vieni a cavallo 

e nu' veni' chiù a pero (si asciuga le mani) 
Nonna nonna 

nonna nunnarella 

e 'o lupo è brutto 

e 'a pucurella è bella 

(Piega l'asciugamano, lo rimette a posto. Indossa i guanti, la tapparella si abbassa).